Il fundraising e la ricerca sui donatori, social network analysis e altro ancora

Durante un nostro percorso formativo diretto ad Associazioni di Volontariato tramite un CSV (Centro di Servizi per il Volontariato), ci è capitato di ragionare su esperienze di fundraising fatte da piccole organizzazioni. Alcune, anche di uno stesso territorio, nemmeno si conoscevano, altre invece avevano già sviluppato attività in rete, ma nessuna aveva mai promosso in rete attività di raccolta fondi. Perché no? Imbarazzo e capisci che da un lato nessuno ci ha pensato, dall’altro probabilmente è presente un atteggiamento riservato (per così dire) quando si tratta di risorse. Certo, qualche progetto in rete, ma davvero in rete o una partnership formalizzata solo sulla carta in accordi poi dimenticati non appena consegnato il progetto?

Stiamo pensando però al tema fundraising e rete. Fundraising nel senso anche di strategie verso donatori individuali e verso imprese. Tra l’altro sempre più spesso il cause related marketing e altre tradizionali modalità di relazione tra profit e nonprofit, per restare a pratiche di fundraising col mondo corporate, si trasformano in vere e proprie partnership che coinvolgono valori e processi aziendali da un lato e solidali dall’altro, con la partecipazione spesso allargata al personale dell’azienda in esperienze di volontariato, in percorsi di vera e propria responsabilità sociale che vanno oltre la donazione incardinata nei processi di vendita di servizi e prodotti.

Ma anche in questo caso a scommettere talora sono più le aziende che le nonprofit. Ci è capitato ad esempio che in occasione della Festa della Mamma, con un nostro Cliente non siamo riusciti a strutturare alcuna campagna perché la proposta di costruire un percorso di rete con alcuni esercizi commerciali del territorio ha incontrato perplessità e poco entusiasmo e l’organizzazione si è trascinata per qualche mese senza poi riuscire a proporre nulla….un’occasione persa. D’altro lato, ci è invece capitato in passato di svolgere una campagna centrata sulla distribuzione di un calendario che voleva raccontare un progetto di orticoltura con persone con disabilità. L’idea di costruire reti col territorio passava in questo caso dalla disponibilità di ristoratori locali a fornire ricette, una per ogni mese e contribuendo alla diffusione dell’iniziativa. La campagna in questo caso ha avuto un esito particolarmente positivo, sia economicamente in termini di raccolta fondi netta e di ROI, ma offrendo anche motivi di sviluppo sull’attività.

Crediamo molto che la strategia di costruire reti, non solo con altre organizzazioni nonprofit, ma anche col mondo corporate sia una chiave non solo per rendere ottimale l’impiego di risorse, ma per creare ulteriore valore, anche da un punto di vista sociale. Per questo che noi di Myfundraising abbiamo stretto una partnership con il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Pisa, specializzato nello studio delle reti sociali attraverso le metodologie della social network analysis,  un protocollo d’intesa che desideriamo mettere a disposizione dei nostri Clienti per costruire percorsi di rete anche per il fundraising.

Quali caratteristiche ha la rete nella quale è inserita la tua organizzazione nonprofit? E quali potenzialità in termini di efficientamento ha? Qual è il potenziale che la tua rete potrebbe esprimere anche ai fini della raccolta fondi? Sono solo alcune domande alle quali possiamo rispondere. Ma questo è solo l’inizio. In realtà, miriamo a proporre un’idea di fare fundraising che corra insieme al fare ricerca e metta al centro il donatore. Per questo la social network analysis ci aiuta per alcuni aspetti, ma non è l’unica metodologia e l’unico percorso che sviluppiamo. Se il digital ad esempio ci offre tutta una serie di metriche, per certi aspetti anche nuove, altre metodologie quantitative e qualitative ci aiutano a leggere il comportamento e le preferenze dei donatori. Un modo che anche le piccole ONP, magari in rete, potrebbero senz’altro adottare per migliorare le loro attività di raccolta fondi.

Un piano editoriale per Facebook? Tre suggerimenti essenziali

Quando parliamo di pianificazione, specie se il ragionamento cade sulle attività di comunicazione e, in particolare, sulla gestione dei social network, il rischio di essere visti come marziani è elevato!

Talora, infatti, sembra un’esagerazione persino inutile, l’immaginare un piano dettagliato di contenuti e di “uscite” con un’articolazione addirittura specificata per giorni ed orari. Uno degli aspetti che quasi ossessivamente andiamo a ripetere ai nostri clienti, è che avere una pagina facebook (una pagina, mi raccomando, non un profilo!), non è obbligo, così come non è necessariamente efficace “stare” sui social, da Twitter, a Linkedin o altri ancora. L’utilizzo dei social network è divenuta oramai pratica non solo diffusa, ma esperienza personale quotidiana e in certo senso continua. Basta pensare il tempo medio (oltre due ore e mezza al giorno) che noi italiani passiamo sui social… Detto questo, la riflessione che proponiamo ai nostri interlocutori è che è una falsificazione che Facebook e gli altri social sono gratuiti, sono invece ad alto consumo di tempo! La risorsa più preziosa che abbiamo viene drenata ampiamente da una pratica che, senza essere messa sotto il controllo di un’azione di pianificazione, monitoraggio e valutazione, rischia di generare solo perdite (anche economiche, visto che il tempo volontario o lavorativo che sia ha comunque un costo) e non produrre i risultati sperati.

Ciascun social network ha una sua caratterizzazione specifica, da Facebook, il più diffuso e “chiaccherone” a Twitter, immediato, centrato su messaggi sintetici e ad effetto, a Linkedin, più professionale. Ciò denota che ciascuno di questi canali, sebbene sia possibile tra loro impostare anche dei collegamenti automatici, ha un proprio pubblico di riferimento, propri linguaggi, propri stili comunicativi. Sbagliato quindi impostare automatismi (almeno in senso assoluto), sbagliato peraltro (o quantomeno non certo indispensabile) aprire profili, pagine ed account per tutti i social. Meglio scegliere quello o quelli che più si adattano per tipologia di pubblico e caratteristiche alla comunicazione e alla promozione che vogliamo svolgere. Testando. Cioè, facendo test di efficacia nel tempo e verificando quali canali, meglio di altri, possono essere utilmente cavalcati.

In questo senso, la pianificazione anche dei contenuti dei social (dopo la loro progettazione creativa, ovviamente), è un altro elemento essenziale di questo processo. Non lasciare al caso la pubblicazione di un post o di un tweet, ma gestirla secondo una programmazione (calendarizzazione) magari centrata sugli insight (statistiche delle performance della pagina/account), in base allo sviluppo dello storytelling, in base – ancora – allo sviluppo che alla campagna di comunicazione/promozionale/fundraising si vuole dare.
Ciò non vale unicamente per i social network, ma anche per altri contenuti digitali (e non solo), dalla newsletter, all’aggiornamento del blog, alla produzione di articoli per il sito web ecc. Come fare? Ecco tre suggerimenti essenziali:

  1. Comincia a guardare statistiche (analytics, insight) e impara a ricavare conoscenze su parole chiave, temi che generano maggiore interesse o interazione, giorni ed orari nei quali i tuoi post vengono maggiormente visualizzati ecc. In base a questa base di conoscenza (sempre in aggiornamento!) produci i tuoi contenuti creativi e adattali ai diversi canali (es. newsletter, facebook, blog, twitter…)
  2. Fa’ un cronodiagramma delle pubblicazioni. Anche questo sapendo che non su tutti i canali il tempo medio di “vita” dei tuoi contenuti sarà lo stesso, mediamente un paio d’ore su facebook, tendenzialmente almeno una settimana per la newsletter ecc. Da questo cominci a vedere quanto sia impegnativa la gestione dei contenuti di comunicazione e promozione della tua campagna e di quanto tempo occorra per gestirla efficacemente.
  3. Utilizza tools (strumenti, attrezzi) che ti aiutino a pianificare. Ad es. facebook ha già al proprio interno una funzionalità che permette la calendarizzazione posticipata dei post da pubblicare, così come ci sono numerose applicazioni che consentono di fare la stessa cosa per altri social network, piuttosto che strumenti di invio massivo di email (es. mailchimp) che consentono la programmazione delle uscite a certi orari in dati giorni. Questa attività permette di concentrare il tempo dedicato alla redazione e impostazione della pubblicazione sui social, al momento in cui è possibile, dedicandosi invece più all’interazione durante lo svolgimento della campagna.

Le non profit e i Social Network

Blogmeter, la piattaforma di monitoriaggio social ha presentato lo scorso mese un report sull’utilizzo dei social da parte delle associazioni non profit, relativo al periodo Gennaio-Aprile 2015. Diamo un’occhiata agli interessanti dati che sono emersi da questa analisi.
La ricerca si suddivide in quattro parti: analisi della presenza social di 40 organizzazioni non profit, coinvolgimento degli utenti sulle pagine social ufficiali, analisi delle campagne #hashtag di maggior successo, presenza di testimonial nelle campagne.

Quali sono stati gli argomenti più discussi?
Nei quattro mesi presi in esame sono stati pubblicati più di sette mila post al giorno (per un totale di quasi 750.000 post): l’organizzazione che ha avuto il maggior numero di conversazioni attive è stata l’ENPA (Ente Nazionale Protezione Animali), seguito da Caritas, Croce Rossa Italiana, Lega Nazionale per la Difesa del Cane e Legambiente. Da notare come in molti casi le conversazioni sono legate alla politica, come ad esempio Matteo Salvini che criticando spesso la Caritas ne aumenta le citazioni sui social.
Per quanto riguarda i temi più discussi troviamo l’Expo2015, inaugurata lo scorso maggio e al centro di campagne di Slow Food, Banco Alimentare e FAI. Anche l’epidemia di ebola nei Paesi africani ha avuto ampio riscontro social, specialmente per quanto riguarda la guarigione del medico di Emergency e la comunicazione della riapertura delle scuola da parte di Save the Children.

Su Facebook the winner is…
Abbiamo appena visto gli argomenti di maggior successo sui social nei primi 4 mesi del 2015, ma i temi trattati non ricalcano necessariamente il successo di un’organizzazione in termini di interazioni. Ed infatti anche in questo caso troviamo come le associazioni con il maggior numero di interazioni non sono quelle che hanno avuto anche il maggior numero di post o citazioni. Dal report di Blogmeter emerge come a farla da padrone su Facebook sono soprattutto le associazioni animaliste: la diffusione di una cultura vegetariana/vegana, le campagne di sensibilizzazione in momenti particolari dell’anno (esempio la Pasqua con gli agnelli), la denuncia dei test sugli animali, sono tutti argomenti con ampia diffusione, sicuramente la foto di un cucciolo viene condivisa molto più facilmente rispetto ad altri tipi di post o immagine. Come diciamo sempre ai nostri clienti la comunicazione social deve fare leva sulla comunicazione “emozionale” per ricercare il maggior numero di condivisioni possibili.

E su Twitter?
In Italia Twitter al momento ha una diffusione minore rispetto a Facebook e spesso nell’immaginario collettivo viene associato ad attività meno “ludiche” rispetto al colosso di Zuckerberg. Certo è che se su Facebook molte condivisioni sono di tipo goliardico, su twitter grazie agli #hashtag possono essere seguite vere e proprie discussioni sui più disparati argomenti di cronaca e non. La diffusione di questo tipo di comunicazione, dati alla mano, rende questo social network il primo per il numero di interazioni sui tweet di associazioni di tipo umanitario. I profili con maggio seguito sono quelli di Emergency, Greenpeace, Unicef e Amnstey International. Nel periodo di riferimento, invece, il profilo con il maggior numero di interazioni è stato quello della Comunità di Sant’Egidio.

Le campagne di maggior successo
Come detto in precedenza Twitter viene spesso utilizzato per il lancio di campagne a scopo sociale, sfruttando il meccanismo degli #hashtag. La campagna di maggior successo è stata quella di #Allacciamoli per contrastare l’omofobia e ha coinvolto o campioni del calcio. Altra campagna di successo è stata #DifendiAMOgliUlivi promossa da organizzazioni non profit pugliesi contro l’abbattimento degli alberi di ulivo, anche in questo caso con la partecipazione di testimonial del mondo dello spettacolo. Vediamo quindi che la scelta dei giusti tesimonial per la promozione di campagne social è strategica e deve tenere conto del “bacino di utenza” della pagina del testimonial, la sua presenza attiva in rete e ai valori di cui è generalmente promotore.

Conclusioni
I dati della ricerca mettono in evidenza come lo studio e l’analisi di marketing e comunicazione siano fondamentali sia in fase di pianificazione di una campagna che nella fasi successive per capire le strategie che hanno portato i migliori risultati.
Da tenere inoltre in considerazione come i due social presi in esame possano essere destinati a scopi diversi (campagne di sensibilizzazione con coinvolgimento di testimonial per Twitter e comunicazione “emozionale” su Facebook) e sono quindi tra loro complementari. Ovviamente scopi diversi implicano strategie diverse per ogni pagina social!

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“Antropologia” delle donazioni

Noi di Myfundraising siamo usciti da una settimana molto impegnativa che ci ha visto relatori sia per un evento durante il Festival d’Europa a Firenze, sia nel workshop da noi organizzato “3.0 Crowdfunding e fundraising digitale per nonprofit”.
Uno degli aspetti importanti che abbiamo comunicato spesso ai partecipati è la “relazione” che deve essere creata con il donatore, il far leva sulle emozioni per poter convicere un utente a diventare donatore.

Specialmente nella comunicazione sui Social Network le “leve emozionali” sono fondamentali, le pagine sono piene di informazioni e di immagini che colpiscono i navigatori, abbiamo quindi la necessità di emergere dal “rumore di fondo” e far arrivare il nostro messaggio dritto al cuore.

Ma come possiamo fare una comunicazione che possa fare appiglio sulle emozioni dei donatori? In realtà questa è la seconda domanda che dobbiamo porci, il primo punto da affrontare è “cosa genera le emozioni e perché le emozioni governano il nostro agire (inconscio)?”. Senza la presunzione di essere esperti di neuroscienze, affronteremo i soli aspetti che ci serviranno per seguire la giusta direzione nella nostra campagna di raccolta fondi.

I neuroni specchio
Scoperti da alcuni ricercatori dell’Università di Parma osservando il comportamento di alcune scimmie e presenti anche nel cervello dell’uomo: sono neuroni che si atthttps://www.myfundraising.it/wp-content/uploads/2020/05/Single-Post_9-Featured_img.jpg quando vediamo un altro soggetto compiere una determinata azione, ad esempio afferrare qualcosa. Ma non solo: i neuroni specchio di atthttps://www.myfundraising.it/wp-content/uploads/2020/05/Single-Post_9-Featured_img.jpg anche quando osserviamo un altro essere umano che sta provando determinate emozioni, come la rabbia, il disgusto, il dolore. I neuroni specchio sono i responsaboli del contagio delle risate.
Il perché sono imporanti per le nostre raccolte fondi è abbastanza ovvio: se riusciamo attivare i neuroni specchio dei nostri interlocutori con le immagini e la comunicazione che facciamo, riusciremo ad attivare aree del cervello “decisionali” che spingeranno alla donazione.

Gli ormoni della donazione
Probabilmente sapere che le nostre emozioni sono solo in risultato chimico della presenza di ormoni nel nostro organismo è un po’ spoetizzante… fatto sta che la verità è che ossitocina e cortisolo sono due ormoni che vengono rilasciati dal nostro cervello quando ci troviamo in particolari situazioni: l’empatia e la propensione a donare dipendono proprio dalla presenza di queste sostanze chimiche rilasciate dal nostro cervello. Un esempio? Due gruppi di pazienti, ad alcuni è stata iniettata ossitocina e ad altri solo placebo. Il gruppo che ha ricevuto l’iniezione di ossitocina si è dimostrato per l’80% più generoso sia nel donare che nella somma donata.
Cosa possiamo fare con la nostra comunicazione? Raccontiamo storie! La solita ricerca ha messo in evidenza che il cervello può essere stimolato alla produzione di ossitocina e cortisolo attraverso le storie che vengono raccontate: più una storia riesce a coinvolgere il nostro interlocutore, più ormoni vengono prodotti, più facilmente otterremo una donazione.

Donare rende felici
Questa scoperta, datata 2006, ha messo in evidenza che le aree del cervello che si atthttps://www.myfundraising.it/wp-content/uploads/2020/05/Single-Post_9-Featured_img.jpg quando effettuiamo una donazione sono le solite che si atthttps://www.myfundraising.it/wp-content/uploads/2020/05/Single-Post_9-Featured_img.jpg quando otteniamo una gratificazione. In parole povere: donare ci rende felici!
Quindi non dobbiamo fare altro che far capire tramite la nostra comunicazione “la gioia del donare

E tu che tipo di comunicazione usi per la tua raccolta fondi? racconti storie, fai leva sulle emozioni e sull’empatia o sei solamente informativo (e distante)?

Fare Fundraising sui social: quanto tempo serve?

Il tempo che una nonprofit può investire in mobile e social media dipende dalla sua grandezza: le piccole associazioni che non hanno la possibilità di assumere un manager dedicato dovranno per forza di cose limitare la loro attività a uno o due social network, dando la priorità alla comunicazione del proprio fundraising al sito web e all’email marketing. I social media sono strumenti ad alto potenziale ma, allo stesso tempo, ad alto consumo di tempo, pertanto se le ore dedicate sono poche i canali online “tradizionali” garantiscono un ritorno maggiore.
Nel caso in cui la piccola associazione decidesse di suddividere gli sforzi tra più persone di uno stesso team è necessaria una guida comune e un costante allineamento di tutti i membri del team, per fare in modo che ogni social sia allineato con gli altri. Inoltre lo staff dovrà essere correttamente formato e informato sulle pratiche di comunicazione per il social che andrà a gestire.

Le associazioni più grandi possono considerare l’idea di utilizzare le competentenze di un social media manager esterno per la gestione dei social media, mentre le grandi associazioni potranno inserire al proprio interno una o più figure professionali dedicate a questo importante canale di comunicazione.

Ma perché la gestione dei social network richiede un così alto investimento di tempo e denaro? Cerchiamo di dare nel seguito una stima del tempo minimo (settimanale) da dover spendere per gestire questo tipo di comunicazione:

Blog: 6 ore a settimana, il tempo minimo per poter trovare idee, scrivere, integrare foto e video. Numero di post realizzati? Due.
Facebook: 4 ore a settimana, tempo minimo per la pianificazione di 4-6 post, rispondere ai commenti degli utenti e controllare le statistiche
Twitter: 5 ore a settimana, tempo minimo per inserire 4 tweet/retweet al giorno, per rispondere ai messaggi e alle citazioni, organizzare le liste di follower e trovare nuovi follower “strategici”
Google+: 3 ore a settimana, tempo minimo necessario per pubblicare 4-6 aggiornamenti e interagine nelle cerchie di Google+
Linkedin: 2 ore a settimana, tempo minimo necessario per inserire 2-3 post, aggiornare il profilo e partecipare alle discussioni sui gruppi
Youtube: 1 ora a settimana, tempo minimo necessario per caricare video, iscriversi ad altri canali e studiare le campagne video di altre nonprofit.

La lista potrebbe proseguire con altri post, che al momento in Italia hanno un uso più limitato, come Pinterest e Instagram.

Da non dimenticare che alla fase di produzione contenuti e gestione devono essere necessariamente affiancate fasi di pianificazione e studio della comunicazione, creazione di grafiche e video, analisi dell’andamento delle campagne e dei risultati ottenuti.

Ancora convito di non aver bisogno di un Social Media Manager per ottenere il massimo dalle tue campagna di Fundraising?

Social e raccolta fondi: come gestire la comunicazione?

I Social Network sono attività ad alto dispendio di tempo, ma allo stesso tempo rappresentano uno dei canali principali per la visibilità della tua campagna di raccolta fondi. Diventa quindi importante riuscire ad ottimizzare i tempi dedicati alle pagine Social, senza diminuire la qualità della comunicazione.

Come accade per qualunque tipo di progetto, la fase principale della strategia Social deve essere fatta prima del lancio della raccolta fondi. Alcune delle domande fondamentali a cui dare risposta sono le seguenti:

  • chi è il tuo target di riferimento?
  • che social network utilizzerai per intercettare il tuo target?
  • quando e come usano i social network gli utenti del tuo target?
  • che tipo di comunicazione (taglio) darai attraverso le pagine?
  • quali sono gli argomenti principali che dovranno contenere le pagine?

Le risposte alle prime domande potranno essere inizialmente date solo con un’attenta analisi e la creazione di “personas” per approfondire i comportamenti degli utenti del target di riferimento.

Facciamo un esempio:

Target di riferimento: uomini-donne, 35-60 anni,
Social utilizzato: Facebook
Quando: uomini e donne dai 35 ai 60 anni sono lavoratori, quindi sicuramente l’utilizzo di Facebook in orario lavorativo sarà ridotto. La fascia più bassa (35-40 anni) potrebbe avere figli piccoli da accudire, quindi il tempo a disposizione potrebbe calare ulteriormente. Alla fine di questa analisi (che potrà essere maggiormente approfondita) avrò individuato, ad esempio, le seguenti fasce orario: 12-14 (pausa pranzo), 18-19 (mezzi pubblici durante il ritorno dal lavoro), 21-23 (svago dopo cena). A questo punto non mi resta che impostare la mia comunicazione in modo da coprire maggiormente questi momenti della giornata.

A questo punto dovrà essere deciso il “taglio” della comunicazione, ricordando che ogni Social Newtwork ha una sua propria caratteristica. Pubblicare post dal taglio professionali o comunque eccessivamente “seri” su Facebook sarà quasi certamente una perdita di tempo: Facebook viene usato come passatempo nella maggior parte dei casi, la comunicazione deve quindi far leva sulle emozioni, sia positive che negative, può essere pubblicato un aggiornamento sulla raccolta fondi invitando a condividere con gli amici, sono molto importanti immagini che colpiscono subito gli utenti e post che generano curiosità. Su Twitter dovremmo creare un hashtag da usare in tutti i nostri tweet, nei quali la comunicazione deve essere ridotta all’essenziale (160 cartatteri a volte possono essere pochissimi).

Una volta affrontati tutti gli aspetti visti in precedenza, non resta che decidere “cosa” pubblicare sulle pagine Social. Ogni progetto ha certamente esigenze diverse, anche dovuti al fatto di trattarsi di campagne di Fundraising o di Crowdfunding, in ogni caso possiamo individuare alcuni post comuni a tutte le raccolte fondi:

  • presentazione del progetto
  • sensibilizzazione degli utenti sulla causa specifica
  • raggiungimento di obiettivi
  • ringraziamento donatori
  • sviluppo del progetto (una volta finanziato)

Alcuni social (Facebook e Twitter tramire tweetdeck) permettono di schedulare la pubblicazione dei post, ciò non toglie che la presenza dovrà essere costante sia per pubblicare notizie non programmabili (esempio il raggiungimento di un obiettivo) sia per rispondere a commenti e messaggi degli utenti.

Infine non va dimenticata l’analisi delle statistiche che potrebbero modificare le strategie adottate fino a quel momento. Ma questo lo vedremo in un prossimo post.

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